Stamattina era domenica, e i ragazzi hanno dormito fino a quasi le dieci. Sono andata a svegliare
la piccola. Era
abbracciata a un gatto, sotto le coperte. Aveva ancora l’odore di
quando era bambina: di Nutella, di biscotti. Ho annusato e profondamente
inspirato. Le ho sfiorato una guancia,
era morbida e calda. Una gratitudine si è allargata nei miei pensieri
opachi del mattino: che meraviglia averla qui, da quattordici anni, così
viva; ridente o pensierosa, o furibonda in una rissa coi fratelli;
bella, e vanitosa davanti allo specchio, mentre
verifica compiaciuta l’effetto del primo rimmel sulle sue lunghe ciglia
nere.
Noi
non ci accorgiamo, di solito, di ciò che abbiamo, di tutto ciò che ci
si ripresenta fedele, che ci si schiera davanti agli occhi ogni mattina.
Ma da un po’ di tempo mi
succede di riconoscere la realtà quotidiana come qualcosa che mi genera
una frazione di istante di gratitudine: “vedo”, attorno a me, questa
casa, e una famiglia, e degli amici, e un lavoro. Generalmente accade
dopo un lutto, o dopo una malattia, di accorgersi
con stupefatto rammarico di tutto ciò che si aveva “prima”, e di cui
non ci si era accorti. Invece senza che sia accaduto niente di questo,
mi succede – non sempre, qualche volta – di riconoscere la realtà data,
al mattino, e di esserne stranamente lieta.
È, forse, perché invecchio?
Io
mi ricordo, in certi vecchi che ho frequentato da bambina, questa
attitudine a sapere essere contenti di una mattina di sole, o di un
piatto fumante, a tavola, e del suo
profumo. Come se ogni mattina gli occhi si aprissero per la prima
volta; e ci si meravigliasse delle facce care, delle cose di casa che
funzionano, docili, del fido ronzio della lavabiancheria e perfino di un
banale frigorifero pieno – che sembra una ovvietà,
e invece è anche lui un trascurato dono.
E
dunque in quest’anno che corre verso la sua fine il mio Te Deum è per
ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero; e per un nuovo sguardo,
attento a ciò che fino ad ora
mi sembrava dovuto (e casomai, se improvvisamente mancava, ragione di
indignazione e protesta, come quando ci viene rubato ciò che ci
spetta).
Grazie,
dunque, per questa stanza in cui dormo, con gli scuri ancora chiusi nel
primo mattino, e per il letto caldo; grazie per quella lama di luce
chiara e di freddo tagliente
che entrerà aprendo la finestra, insieme al fugace rosa del ciclamino
sul balcone, così rosa e vivo, anche dopo la notte d’inverno.
Grazie
per i passi dei figli che si vanno pigramente alzando in questa mattina
festiva; e perché uno di loro canta svagato una canzone degli alpini,
con una bella voce da
baritono che piace a suo nonno, alpino sul Don, se dal cielo la sente.
(Ma tu la senti, ne sono certa. E quante volte mi pare di sentirmi
addosso i tuoi occhi, con quella espressione leggermente apprensiva che
avevi quando mi salutavi, e io avevo vent’anni,
e tu sembravi chiederti che cosa mi portavo nei pensieri. Ma non me lo
domandavi, come non lo chiedo ora ai miei figli, in quel segreto tabù
che sbarra il confine fra figli e genitori).
Grazie
del figlio grande, del test all’università superato, e di come studia,
nel fare ciò che gli piace davvero. Grazie di mio marito, a dire il vero
un efferato metodico
molestatore dei miei già fragili nervi; però chi altro si poteva
accompagnare a una come me? Grazie perché c’è, perché resta, fedele.
Grazie
di questa casa grande, ombrosa, caotica come in fondo a me piace – non
sopportando la nudità cruda dell’ordine perfetto, o di certe cucine che
vedo fotografate sui
giornali, lindi acciai freddi come sale operatorie. Quanto amo invece
questa nostra cucina larga, affollata di oggetti che non sappiamo più
dove infilare, col grande crocefisso di legno che ci allarga sopra le
sue braccia, generoso e direi, a volte, benignamente
rassegnato. Grazie dei vicini e dei negozianti che saluto ogni mattina,
nell’enclave cara e consueta che è una via di Milano come tante; e
grazie di quel signore strano, vecchio, dimesso, che gira sempre con due
grandi sporte pesanti per mano, e una volta
gettando l’occhio ho scoperto che sono colme di vecchi giornali che
lui, senza un motivo, trasporta avanti e indietro. Lo sconosciuto con le
sporte colme di parole ingiallite sorride, quando lo saluto; e la sua
disarmata follia mi intenerisce, e mi riecheggia
qualcosa, quel suo girare sotto al peso di tante parole consumate.
(Forse, questo mio lavoro?)
Grazie
di avere un lavoro. Grazie del “bip” che fa il cartellino di
riconoscimento, all’ingresso, ogni mattina, e dell’odore di carta
stampata che il mio naso puntualmente
registra entrando in redazione (mentre fra me cupamente borbotto: tutta
la vita a scrivere parole). Grazie delle facce dei colleghi con cui ci
intendiamo con pochi cenni, come operai che non abbiano bisogno di
parlare, tanto usi sono ad avvitare, stringere,
far marciare la macchina complessa che è un giornale. Grazie degli
amici – soprattutto di quelli a cui puoi raccontare qualsiasi cosa.
Grazie
anche del mio cane, mezzo sciacallo e mezzo volpe, bastardo da
incalcolabili generazioni, a cui mi sono infantilmente, patologicamente
legata; come avessi trovato in
lui, cucciolo randagio in una piazza del Sud, una parte bambina di me,
che non sapevo più di avere. Grazie dei nostri gatti, belli, fieri come
enigmatiche sfingi e pasticcioni come bambini. (Malacoda, che
perfidamente con la zampa in questo istante dondola
l’arcangelo sospeso con un filo sul presepe; mentre sulla farina
davanti alla grotta al mattino trovo sempre impronte feline, come di
notturni silenziosi pellegrini). E grazie della attesa muta che aleggia
su questo presepe casalingo, imperfetto, goffo, e
ogni anno uguale. Senza questa attesa e dunque questa speranza, tutto –
i figli, la famiglia, il lavoro – si rivelerebbe alla fine nient’altro
che un po’ di cenere.
Ho
ricevuto oggi da un amico un biglietto d’auguri: «L’incarnazione di
Cristo – c’era scritto – è l’unica nostra speranza». So bene che molti
alzerebbero le spalle: che integralismo,
che esagerazione. Direbbero che il mondo è pieno di speranze, di
solidarietà e di buona volontà. Già. Ma cosa te ne fai di tutto questo,
se la morte può toglierci un figlio per sempre, se quelli che abbiamo
amato ora sono nel nulla, e ce ne resta solo un ricordo
che sbiadisce? A cosa serve tutto il nostro fare di fronte alla massa
di sofferenza e miseria che si allarga sulla terra – che non reggeremmo,
se la conoscessimo intera – se nessuno davvero è venuto a caricarsi e
ad abbracciare e a riscattare tutto questo
dolore?
Sì,
forse è perché invecchio. È per questo che vado sfrondando le speranze,
e me ne resta, davvero, solo una. Invecchiare, fra noi gente
d’Occidente, è perdita, decadenza,
nebbia che offusca i pensieri. E se fosse invece questo solo il destino
del corpo, e l’uomo interiore con gli anni vedesse meglio, più lontano,
oltre l’apparenza opaca delle cose? Se il tempo che passa fosse Dio che
viene? Grazie, in questo anno che finisce,
di un’altra in me che appena intravvedo, più attenta, e grata piuttosto
che indignata; grazie anche del tempo che scorre, di quello scandire
inflessibile delle ore, che da giovane mi sembrava una condanna. Ma,
forse, non capivo. Forse, ora vedo meglio. Grazie,
perché nello scoccare di questo nuovo anno non ho più, del tempo, come
da ragazza, tanta inerme paura.
Tratto dal numero 52 della rivista TEMPI
http://www.tempi.it/te-deum-corradi-i-doni-trascurati