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DUMA KEY

Una sera, a Caracas, Diletta mi chiese: “Quali sono i libri che hai amato di più?”. “Quelli che ho recensito sul sito” ho risposto. Non era vero. L’ho scoperto solo alcuni anni dopo, leggendo Questo gioco di fantasmi, di Joe Simpson, da cui è tratto il lungo brano che riporto qui di seguito. 

“La paura incontrollata è un’emozione corrosiva, un tarlo che rode il tessuto della mente, induce un doloroso stato di ansia e non porta nulla di buono. Perderò o vincerò? Dove troverò i soldi per il mutuo? I bambini sono al sicuro? Gli altri mi stimano? Sono un fallito?  Non c’è nulla di sano in questo tipo di paura. È una malattia della mente che non produce risposta utile e ci lascia in un limbo di penosa incertezza. Nelle paure archetipe c’è se non altro l’impulso a combattere e fuggire dell’adrenalina e il senso di conquista e di sicurezza che viene dall’affrontare la bestia […] Se cominciamo ad assecondarle, queste paure immaginarie ci terranno prigionieri. Sono lo scotto del pensiero, la penitenza del vivere. In un certo senso l'alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell'ansia per entrare in un mondo in cui non c'è spazio, né tempo per tali distrazioni. L'unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente [...] È una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c'è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza. Vivere per il presente, per l'ora e qui, comporta un inaspettato vantaggio. Se riusciamo a sottrarci al bisogno di conoscere il futuro e liberarci dalle pastoie del passato, e dunque il nostro agire è solo nel presente e per il presente, conquistiamo una libertà assoluta. Il puro e semplice esistere ci rende più liberi di quanto possiamo immaginare [...] È questo darsi completamente al presente che rende così difficile voltarsi indietro a guardare quello che si è fatto e spiegare perché si è scelto di farlo [...] Nel guardare indietro si perde la prospettiva del presente: per questo non si può mai spiegare davvero il proprio agire [...] Quando scende dalla montagna e rimette piede nella vita l'alpinista cerca, senza riuscirci, di comprendere l’esperienza che ha vissuto. Di quelle giornate conserva un ricordo potente e bellissimo ma non sa dire esattamente cosa è successo. Sa che qualcosa è effettivamente accaduto, ma non riesce a metterci il dito sopra”.

Leggendo questo racconto, ho capito di essere riuscito a scrivere dei tanti libri belli letti, ma di quelli davvero amati no, su quelli non sono riuscito a metterci il dito sopra. 

Quando la lettura di un libro è un’esperienza indicibile, beh… sarà tautologico, ma risulta difficile dirla. La si può indicare, però. Il primo libro che indico è Il barone rampante, di Italo Calvino. 
E, davvero, non so dire di più.

Seguono due libri di Chaim Potok: Danny l'elettoL'arpa di Davita. Entrambi sono ambientati a New York, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, dentro la comunità ebraica. Il primo racconta la storia di due ragazzi, Danny di una famiglia religiosa laica, Neuven figlio invece di un rabbino ortodosso. Un uomo è salvo se nella vita incontra un amico ed un maestro, dice il padre a Danny, indicandogli così la fortuna avuta.
Davita è una ragazza rispettosa della tradizione ma libera di spirito e di mente: sta di fronte al Mistero, interrogandolo, ma senza accettare le risposte preconfezionate che sono lì a disposizione dei pigri.
Stephen King è noto al grande pubblico come lo scrittore dell'incubo. Quasi tutti hanno visto o almeno sentito parlare di Shining, o del Miglio Verde, per esempio. Non che nelle sue storie non ci siano incubi ed orrori e paranormale, ma non è quello il cuore delle storie, come nessuno di noi legge o vede Montalbano perché è un giallo: siamo più interessati all'uomo che al poliziotto, a capire il nostro controverso paese piuttosto che identificare l'errore che farà arrestare il criminale di turno. Così Duma Key non è per me la storia di una strega dei mari, ma la storia di un uomo danneggiato, psichicamente e fisicamente, e della sua ricostruzione. Un'amica cara a cui l'ho prestato mi ha detto: è lentissimo, non succede nulla per pagine e pagine. In verità, è così che ci ripariamo nella vita: nelle piccole cose di tutti i giorni, lentamente, sentendo le conchiglie grattare sotto di noi (le sentirà Joe Simpson quando scrive dei suoi incidenti?). Così It non è la storia del crudele clown Pennywise, ma la storia del Male, che è nell'uomo, e soprattutto la storia del bambino che eravamo e che ci resta dentro per sempre. Romanzo corale come nessun altro. A proposito di infanzia: a dodici anni ho amato L'ultimo dei Mohicani, a diciassette Narciso e Boccadoro, "qualche" anno dopo Q, di Luther Blisset. Non sono poi così tanti i libri davvero amati. Le cose importanti della vita, in effetti, si possono contare con le dita di una mano!
               (maggio 2011)
Recensione di:
King, S., Duma Key (2008). Trad. it. Sperling & Kupfer, 2008.
(acquistato per 20 euro; tempo di lettura, 25 ore/treno)